Home Magazine Giorni di vinile 29 novembre 2001, la scomparsa di George Harrison

29 novembre 2001, la scomparsa di George Harrison

Non sono che uno dei tanti che sa suonare la chitarra. So scrivere un po’. Non credo di sapere fare nulla particolarmente bene, ma credo che, in un certo senso, sia necessario che io sia esattamente così” così descriveva se stesso l’ex Beatles nel 1971 e mai come in questo caso una riflessione su se stessi appare decisamente inferiore alla realtà perché George Harrison tutto fu meno che musicista anonimo e dalle capacità standard.

Solo leggendo pagine e pagine di biografia e passaggi estratti dalla sua autobiografia, si riesce a comprendere il suo valore di artista. Capacità e sensibilità che gli hanno permesso di vivere una vita di successi anche dopo lo scioglimento dei mitici Beatles. A dimostrazione di tutto ciò, nel 1993, il 6 dicembre, fu il primo musicista insignito del “Century Award” prestigioso riconoscimento alla carriera da parte della rivista statunitense Billboard.

A ricordare la sua attività e il suo valore trasversale, in quanto cantautore, polistrumentista, compositore, attore, produttore cinematografico e discografico, ma anche interessato ad una profonda crescita interiore e spirituale, si scomodò anche il regista Martin Scorsese con un documentario “George Harrison: living in the Material world”

E’ nota infatti la sua passione, il suo profondo interesse, per la filosofia orientale che conobbe durante il suo primo viaggio in India avvenuto nel 1966 quando vi andò per approfondire lo studio del sitar. Amò subito lo strumento a corde indiano che sentì suonare per la prima volta l’anno precedente nel film ‘Help!’. Ne acquistò subito uno a Londra utilizzando le sue sonorità già all’interno dell’album ‘Rabber soul’.

E’ stata tanto profondo il suo interesse verso la cultura indiana, la religione, l’approccio col mistico e il divino, la meditazione, che convinse anche il resto della band a fare un viaggio in India, vicino al Gange, il Sacro Fiume indiano. Era il 1968.

Tutta la sua vita, da allora in poi, fu vissuta con grande spiritualità, ma anche soffrendo di evidenti contraddizioni, come l’attaccamento ai beni materiali.

Tra i tantissimi successi che Harrison scrisse e portò al pubblico coi Beatles, ci fu anche quella che Frank Sinatra giudicò la migliore canzone d’amore di sempre “Something

Indimenticabili altri successi come “My Sweet Lord” nell’82 che purtroppo gli causò una lunghissima causa per ‘plagio inconsapevole’ ai danni, così sembrò, delle Chiffons e del loro He’s so fine. Perse la causa e dovette pagare una multa di un milione seicento mila dollari. In seguito si scoprì che fu ingannato dal suo allora manager Allen Klein doppiogiochista che comprò il caso, cercando di acquistare per sé i diritti di ‘He’s so Fine’

Altra chicca nel bagaglio di Harrison il video clip “When We Was Fab” che lo stesso artista presentò il 25 febbraio 1988 al Festival di Sanremo e che fu premiato come “Miglior video dell’Anno”

E non solo, perché si deve proprio a lui la serie dei grandi concerti benefici. Il primo fu da lui progettato e curato. “The Concert for Bangla Desh” si svolse nel 1971 al Madison Square Garden di New York. L’evento fu il suo ‘fiore all’occhiello’ e registrò il tutto esaurito. Purtroppo a questo seguirono ancora alcune grane legali.

Riporto integralmente “Considerando la portata dell’evento, gli intenti benefici furono tuttavia raggiunti soltanto parzialmente. Nel corso del 1972, i funzionari del Fisco americano sollevarono varie questioni in merito ai proventi raccolti dal concerto e dalle iniziative connesse. L’album, tra l’altro, non fu considerato una pubblicazione benefica, con la conseguente applicazione sui proventi della normale tassazione per le pubblicazioni standard. Una parte consistente dei fondi raccolti rimase quindi bloccata fino al 1981. Fu un duro colpo per Harrison, che rimpianse per lungo tempo il fatto di aver organizzato il concerto in fretta (cinque settimane soltanto) e di non aver istituito, causa i tempi ristretti, una fondazione benefica a cui destinare subito e senza problemi tutti i fondi raccolti

Nel ’73 pose subito rimedio fondando la Material World Charitable Foundation.

Purtroppo anche George Harrison subì una violenta aggressione. Accadde il 30 dicembre 1999. L’aggressore, Michael Abram, uno squilibrato, si introdusse durante la notte nella sua residenza inglese e lo pugnalò svariate volte al torace. Lo salvò la moglie Olivia che colpì alla testa l’uomo con un oggetto appuntito.

Purtroppo non visse a lungo, ma non morì a causa delle ferite riportate. Spirò infatti due anni dopo,  a 58 anni, nella casa di un amico a Los Angeles a causa di un tumore. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri sparse, come da sua volontà, nel sacro fiume indiano Gange

«Nell’insieme non avrebbe proprio importanza se non avessimo mai fatto dischi o cantato una canzone. Non è importante quello. Quando muori avrai bisogno di una guida spirituale e di una conoscenza interiore che vada oltre i confini del mondo fisico. Con queste premesse direi che non ha molta importanza se sei il re di un paese, il sultano del Brunei o uno dei favolosi Beatles; conta quello che hai dentro. Alcune delle migliori canzoni che conosco sono quelle che non ho scritto ancora, e non ha neppure importanza se non le scriverò mai perché sono un niente se paragonate al grande quadro.» George Harrison

Patrizia Santini