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7 Luglio 2006, la morte di Syd Barrett, fondatore e leader dei Pink Floyd

Decisamente complessa e sofferta la vita del musicista, cantautore, chitarrista, compositore e pittore britannico, scomparso nella sua stessa città natale, Cambridge a 60 anni. Si dice che le cause che lo condussero alla morte fossero riconducibili a complicazioni dovute al diabete, ma secondo i suoi stessi ex compagni di viaggio, molto avrebbero inciso sul suo stato di salute mentale le droghe che Syd assunse nel tempo

Di certo l’acido ha avuto qualcosa a che fare con tutto ciò, ma non sappiamo se sia stato questo ad accelerare il processo che avveniva nel suo cervello oppure se ne sia stata la causa. Nessuno lo sa. Io sono sicuro che le droghe un effetto l’hanno avuto” così si espresse Richard Wright, mentre David Gilmor disse che “Barrett era epilettico, ma soffriva di crisi parziali. Le luci del palco e le droghe avrebbero provocato le crisi, scambiate per malattia mentale”

Il male infatti che sconvolse la vita del musicista e di chi a lui stava vicino, non da ultimi i componenti la celebre band, fu proprio uno stato mentale che andò deteriorandosi nel corso degli anni fino a divenire alienato.

Un termine che torna in un’intervista in cui gli venne chiesto come avesse pensato di chiamare la rock band appena composta ‘Pink Floyd’. “Sono stati gli alieni a suggerirmelo”, rispose. In realtà il nome, coniato nel 1965,  era la somma dei suoi due blues man preferiti, Pink Anderson e Floyd Council. La combinazione pare gli piacesse particolarmente, tanto da chiamare alla stessa maniera i suoi due gatti, Pink e Floyd.

La sua biografia è ricca, purtroppo, di episodi relativi ai comportamenti, via via, sempre più ‘estranei’, sassolini, campanelli d’allarme, che hanno spinto più persone intorno a lui a consigliargli di sottoporsi a visite specialistiche, richieste rimaste inascoltate.

Oppure episodi relativi alle varie crisi che il suo stato lo costringeva ad affrontare nel lavoro, coi discografici, i colleghi, le donne. A questo proposito ci fu un periodo in cui visse in modo molto turbolento le relazioni personali, siano state queste vere storie d’amore, o legami passeggeri. In alcuni casi si comportò ossessivamente e violentemente.

E per la band Syd era diventato una scheggia “impazzita” e imprevedibile.

Joe Boyd, il produttore del primo singolo della band “Arnold Layne”, lo ricorda così, in occasione della presentazione del primo LP all’UFO Club. Mentre gli altri membri del gruppo erano amichevoli, Barrett “mi guardava negli occhi e nel suo sguardo non c’era un solo battito di ciglia o un accenno di vitalità: come se non ci fosse nessuno in casa”. Inquietante questa immagine.

Syd lasciò, o meglio venne lasciato, dalla band dopo appena tre anni e un solo album all’attivo, ma quanto bastò per farlo rimanere nell’immaginario comune, un’icona.

Avvolto invece in un manto malinconico l’episodio in cui, come gli stessi Pink Floyd raccontano, avvenne lo strappo tra loro e Syd che sancì l’inizio vero della fine dei loro rapporti. Leggo e riporto: “Per il quinto concerto che si tenne il 26 gennaio 1968 il gruppo doveva recarsi a Richmond. Passando da Holland Park, vicino casa di Syd uno dei componenti (nessuno ricorda chi) chiese ‘Non dobbiamo passare a prendere Syd?’. A tale domanda non seguì alcuna risposta. Ebbe così inizio l’abbandono di Syd”

E sarà proprio in quel ’68 che Syd cercò di avviare una carriera da solista che si dimostrò da subito sofferta e tormentata e che produsse solamente due album usciti lo stesso anno, il 1970, “The Madcap Laughs” e “Barrett” . Fu un periodo per lui assolutamente sregolato.

Syd col tempo prese anche a lasciarsi andare fisicamente, non si curò più del suo aspetto fisico, capelli e barba incolti, abiti usurati.

C’è un altro emblematico episodio che fa comprendere sempre meglio in quale dimensione il musicista si fosse calato e/o stesse vivendo. Durante la produzione dell’album “Wish You Were Here” nei mitici studi di Abbey Road (era il 5 giugno 1975) si presentò un uomo, completamente calvo, obeso, senza sopracciglia e con un fare bizzarro. In mano una sporta della spesa. Era proprio Barrett che nessun riconobbe all’inizio. Il primo a capire, tra lo stupore di tutti, la sua identità, David Gilmor. E alla domanda di come avesse fatto ad ingrassare tanto, Syd rispose con il suo consueto non-sense “A casa ho un grande frigorifero pieno di carne di maiale”.

I ragazzi della rock band vollero che ascoltassero insieme il brano dell’album pensato proprio per lui, “Shine on You Crazy Diamond”. Quando gli chiesero cosa ne pensasse lui ripose semplicemente “Suona un po’ vecchia”. Il commento chiuse una giornata strana, triste, spezzata e spiazzante, come sempre, dal comportamento di Barrett che passò il tempo a lavarsi i denti e finito di pranzare (perché si riunirono tutti a pranzo) sparì senza salutare nessuno. Da allora solo Roger Waters lo rincontrò una volta ai grandi magazzini. Gli altri non lo videro più.

 

Un anno prima della sua morte, nel 2005, sul palco del Live 8 in cui i Pink Floyd si riunirono per lo scopo benefico, sempre Rogers volle omaggiare la creatività dell’amico dedicandogli “Wish You Were Here”

Andrei a concludere con un dato di fatto. E’ vero che Syd ha vissuto praticamente tutta la vita in uno stato mentale anormale, conducendo un’esistenza per lo più, di sofferenza, ma la sua arte, la sua creatività, il suo genio si sono fortemente impressi nella storia della musica. Vorrei ricordare che è stato lui a scrivere i primi singoli di successo internazionale della band. A ispirare altri grandi miti della musica (da David Bowie a Brian Eno, giusto per citarne alcuni) lo stile innovativo di suonare la chitarra e la sua voglia di esplorare tecniche sperimentali. Dissonanze, distorsioni, feedback nacquero con lui, si potrebbe dire.

Parlare di Syd Barrett, ancora oggi, è come parlare di una leggenda.

Solo a questo punto, dopo aver descritto, anche se solo nelle sue parti essenziali, la trasformazione dell’artista negli anni, vi propongo un video che ho scoperto navigando nel web e che racconta proprio questo viaggio.

Patrizia Santini

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