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Da Marracash a Fedez, i rapper si dividono sulle proteste e gli scontri a Milano: “Non credete agli artisti ricchi che vi sostengono”

Le proteste che hanno attraversato l’Italia continuano a far discutere anche il mondo della musica. Al centro del dibattito ci sono le ragioni dei manifestanti, gli scontri di Milano e gli episodi di vandalismo, ma anche le disuguaglianze sociali e il rapporto tra successo, ricchezza e rabbia. A intervenire sono stati diversi rapper, da Marracash a Guè, da Sayf a Nayt, fino a Fedez, che ha sollevato una questione scomoda: che ruolo hanno gli artisti nel promuovere un modello di successo basato sul lusso?

Il confronto è partito dalla presa di posizione di Marracash, che ha espresso sostegno alle ragioni della protesta: “Non ho mai creduto nella protesta attraverso i social, l’ho sempre trovata troppo facile, cheap, non costa niente. Certo, rispetto chiunque cerchi di far sentire la propria voce con ogni mezzo, ma dal canto mio ho sempre creduto che l’impegno e l’autorevolezza si dimostrino e guadagnino nel tempo. Attraverso le nostre scelte, la nostra etica, il nostro lavoro, oltre ovviamente a ciò che diciamo e facciamo tutti i giorni, non solo in una storia o un post nei momenti critici.
Semplicemente questo non è il mio canale preferito… Lo sono i testi, la musica, i concerti, le interviste. I social per me sono un ufficio stampa.
Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Ecco da che parte sto. Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose”.
Una scelta che ha provocato reazioni contrastanti, soprattutto per il rischio che la solidarietà verso i manifestanti venisse interpretata come un’approvazione degli episodi di violenza e dei saccheggi.

 

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Marracash ha poi risposto alle critiche: “A tutti gli indignati sotto questo post, io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista. La violenza va condannata ma anche quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale. Per una generazione senza futuro, che studia per niente, distrutta dagli psicofarmaci, messa ai margini davanti a una vetrina di status symbol che non avrà mai e il mantra che sei quello che hai e cioè niente. Esistono molte forme di violenza”.

A sostenere pubblicamente Marracash è intervenuto anche Guè. Sayf, invece, ha criticato il modo in cui gli scontri di Milano hanno finito per oscurare le ragioni delle manifestazioni, richiamando l’attenzione sulle divisioni economiche e sociali: “Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto”. Anche Nayt ha affrontato il tema del benessere materiale e delle sue contraddizioni. “Tutto questo finto benessere materiale ha reso borghesi anche i più poveri”, ha scritto.

A proporre una lettura diversa è stato Fedez, che ha affidato a Instagram una lunga riflessione sul rapporto tra il mondo del rap, il lusso e le proteste. Il rapper non si è limitato a discutere le ragioni della rabbia sociale. Ha messo in dubbio anche la posizione di quegli artisti che celebrano la ribellione senza considerare il ruolo che loro stessi hanno avuto nella diffusione di un certo modello di successo. “Vedo artisti e personaggi pubblici che celebrano la protesta, ci si uniscono come se ne facessero parte, senza rendersi conto che esposti in quelle vetrine ci sono anche loro”, ha scritto.

Fedez ha raccontato di conoscere bene il percorso che porta molti rapper dalla periferia al successo economico. Un cambiamento che può essere vissuto come una rivincita dopo anni di difficoltà, ma che rischia anche di creare una distanza sempre più grande da chi quelle difficoltà continua a viverle. “Conosco bene la parabola tipica del rap, che ti porta dal niente a esibire status symbol, perché l’ho vissuta tutta”, ha spiegato. Nel suo messaggio ha ricordato la frustrazione di non potersi permettere ciò che si desidera e, dall’altra parte, l’adrenalina che arriva quando i soldi cominciano a entrare e diventa possibile mostrare agli altri i risultati raggiunti.

È proprio questa contraddizione, secondo Fedez, a rendere più complesso il rapporto tra i rapper e le proteste contro le disuguaglianze. Nella sua riflessione, ha indicato le vetrine del centro di Milano come un simbolo della distanza tra chi può permettersi determinati beni e chi li vede soltanto dall’esterno. Da qui la domanda: che cosa rappresentano quelle vetrine per i ragazzi che si sentono esclusi?

Il rapper ha poi rivolto la propria critica agli artisti che sostengono pubblicamente la protesta, pur continuando a partecipare agli stessi ambienti di lusso che alimentano quel modello di aspirazione. “A promuovere quella idea di vita e di successo ci siamo noi. Siamo noi che andiamo alle sfilate, postiamo gli orologi di lusso, i viaggi e i vestiti”, ha scritto, riconoscendo di aver contribuito lui stesso a questa rappresentazione. Fedez ha anche citato le contraddizioni che possono emergere tra le dichiarazioni pubbliche e i comportamenti privati. Secondo il rapper, esiste il rischio che la rabbia dei manifestanti venga trasformata in uno strumento per ottenere visibilità: “I manifestanti non sono Pokémon da scagliare per il proprio tornaconto per cercare di intercettare nuova audience”, ha scritto. E ha aggiunto che chi protesta rischia di essere usato come una pedina da entrambe le parti.

“Non credete ai proclami, non credete agli artisti ricchi che vi sostengono, non c’è nessun noi. È una gara a chi arraffa di più”, ha scritto. Fedez ha concluso con un messaggio diretto a chi manifesta: “Al vostro fianco non c’è nessuno”.

 

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