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Elisa si racconta: “A 8 anni ho subito una violenza sessuale, il dolore si deve nominare per processarlo”

“Avevo 8 anni. Mi ha segnata per sempre”. Elisa racconta una delle ferite più profonde della sua vita. In un’intervista con Walter Veltroni, pubblicata dal Corriere della Sera, la cantautrice parla per la prima volta in modo così diretto della violenza sessuale subita da bambina, del dolore e del lungo percorso per riuscire ad affrontarlo. Una testimonianza personale, ma anche un messaggio rivolto a chi ha vissuto esperienze simili. Elisa ha scelto di parlarne per aiutare altre persone a liberarsi dal senso di colpa. Un peso che, come spiega, non dovrebbe appartenere a chi ha subito una violenza.

“Una persona violentata non ha mai nessuna colpa”, sottolinea l’artista.

Per Elisa, raccontarsi è sempre stato un modo per capire la propria vita. Ha iniziato a scrivere i suoi pensieri quando frequentava la quinta elementare e non ha mai smesso. Nel tempo ha riempito quaderni e diari, conservati in grandi bauli. Pagine che contengono ricordi, emozioni e anche le ferite più difficili da affrontare. “C’è tutta la mia vita lì dentro. Anche le ferite più profonde”, racconta.

Negli ultimi tempi, la cantautrice ha iniziato un percorso di terapia psicologica. Un aiuto importante, insieme alla scrittura, alla musica e alla danza. “Sto imparando a non colpevolizzarmi”, spiega. Il dolore non scompare, ma può trovare un posto diverso dentro di noi. È questo il lavoro che Elisa racconta di aver iniziato, per guardare alla propria storia con una nuova consapevolezza.

La violenza subita da bambina ha cambiato il suo modo di vedere il mondo. Elisa racconta quanto sia difficile, per chi vive un’esperienza simile, continuare a fidarsi degli altri e sentirsi al sicuro. Per questo ha deciso di rompere il silenzio. Il suo obiettivo è dare voce a chi ancora non riesce a raccontare quello che è successo. “È una missione collettiva, liberarsi da questo assurdo, straziante, senso di colpa per una violenza subita”, afferma.

L’artista ricorda di aver aspettato molti anni prima di confidare l’accaduto alla madre. E di essere arrivata a 48 anni prima di chiedere aiuto a un terapeuta. “Il dolore si deve nominare per processarlo”, dice. Un invito a non sentirsi soli e a cercare sostegno, senza vergogna.

Elisa porta avanti questo impegno anche attraverso il suo lavoro e il sostegno a Una, nessuna centomila, il movimento di cui ha contribuito a fondare il progetto.

Questa fase della sua vita ha trovato spazio anche nella musica. Il nuovo album “Kintsugi”, in uscita il 27 novembre, nasce anche dal bisogno di guardarsi dentro e affrontare verità a lungo rimaste nascoste. Il titolo richiama l’arte giapponese che ripara gli oggetti rotti, valorizzando le crepe invece di nasconderle. “Non nascondi le rotture, ma le rispetti perché ti hanno insegnato tante cose”, racconta. E aggiunge: “È da tutte quelle crepe che esce la tua luce”.

Il progetto è accompagnato anche dal film “Kintsugi… e sono la mia opera”, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Al suo interno trovano spazio monologhi e pagine di diario, pensieri personali che diventano racconto. La scrittura è così diventata uno strumento per mettere ordine nei ricordi e trasformare il dolore in qualcosa di nuovo.

Nell’intervista Elisa parla anche della separazione dal marito e chitarrista Andrea Rigonat. La rottura è arrivata nel settembre 2025, dopo 17 anni insieme. Una decisione difficile, anche per la presenza dei figli e per la forza del legame costruito nel tempo. “Era un legame fortissimo che non avevo messo in preventivo di chiudere, mai”, racconta. La fine della relazione l’ha spinta a farsi domande mai affrontate prima. Per un periodo ha pensato anche di ritirarsi e allontanarsi dal mondo. La crisi aveva bloccato persino la sua creatività. Elisa non riusciva a scrivere nuove canzoni, perché temeva di confrontarsi con alcune verità.

Poi qualcosa è cambiato. Lasciare cadere le difese le ha permesso di ritrovare energia e libertà, nella vita privata e nella musica.

 

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