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Vespa samurai e cimice asiatica, nemici giurati

E’ piccolissima, era già arrivata in Emilia Romagna, non è pericolosa per l’uomo e neanche per gli animali o le api, si ciba di nettare e il suo unico interesse è la cimice asiatica, il pericoloso parassita che da tempo danneggia le produzioni frutticole della nostra regione, come spiega Lara Maistrello, professore associato in Entomologia di Unimore

E’ piccolissima, era già arrivata autonomamente in Emilia Romagna, non è pericolosa per l’uomo e neanche per gli animali o le api, si ciba di nettare e il suo unico interesse è la cimice asiatica, il pericoloso parassita che da tempo danneggia le produzioni frutticole della nostra regione e del nord Italia. Il Trissolcus japonicus, più comunemente noto come vespa samurai, è il grande alleato degli agricoltori nella lotta biologica alla cimice asiatica che ha ufficialmente preso il via nei giorni scorsi con vari lanci anche nelle campagne emiliano-romagnole. Era il 2012 quando uno studente di Lara Maistrello, professore associato in Entomologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, nonché responsabile del Laboratorio di Entomologia che è tra i centri di moltiplicazione della vespa samurai in Italia, trovò a Magreta il primo esemplare di cimice asiatica, anche se considerata la sua diffusione sul territorio, verosimilmente doveva essere presente già dal 2008. Da allora la sua crescita è stata esponenziale diventando ben presto una vera emergenza per tutta l’agricoltura italiana. Nel corso del 2019 i danni provocati dalla Halyomorpha halys sono stati drammatici: “il danno stimato dal CSO – Centro Servizi Ortofrutticoli lo scorso anno nel Nord Italia, calcolato solo su pesco, nettarino, melo, pero e kiwi, in termini di perdita di raccolto, si attesta intorno ai 588 milioni di euro”, spiega la professoressa Maistrello, la prima a dedicarsi in Italia a questo insetto.

Come è arrivata sin qui e perché la cimice asiatica è tanto pericolosa?

“Questo insetto alieno invasivo è un vero e proprio autostoppista. E’ arrivata dall’Asia insieme a noi, alle merci. Le cimici in autunno cercano posti tranquilli e asciutti dove svernare e dunque si infilano dentro alle valigie, nel packaging, dentro ai veicoli… e poi viaggiano. Qui hanno trovato un clima ottimale e abbondanza di cibo e in assenza di antagonisti naturali specifici in grado di contrastarle, si sono riprodotte in modo esponenziale. Basti pensare che una femmina uscita dallo svernamento è in grado di deporre circa 300 uova e ciascuna delle sue figlie ne fa almeno 215. Ciò che la rende così temibile rispetto ad altri insetti alieni – sottolinea la professoressa Maistrello, aderente al Gruppo Modenese di Scienze Naturali, organizzatore dell’evento EntoModena – è che queste cimici, disgraziatamente, amano nutrirsi di frutta, la cui coltivazione in Emilia costituisce un capitolo fondamentale dell’economia regionale, e bastano pochissime punture per rendere i prodotti non commerciabili. Per mangiare questi insetti, peraltro in tutti gli stadi di sviluppo, usano il proprio apparato boccale, pungente e succhiatore. Con le punture succhiano la linfa e la saliva che rilasciano provoca delle reazioni biochimiche, le quali portano alla necrosi dei tessuti vegetali colpiti. Nei frutti si osservano gravi deformazioni, oltre a un indurimento nella zona della puntura. Insomma, dove passano loro, non si salva nulla, è tutto da buttare”.

Le fasi della liberazione della Vespa samurai all’Oasi la Francesa di Fossoli. In foto Samuele Castagnetti del Consorzio Fitosanitario di Modena

Professoressa, come è nata l’idea di combatterla introducendo la vespa samurai? E di che insetto stiamo parlando?

“Questo è il più grande progetto di lotta biologica coordinato del nostro paese e il primo in Europa su questo insetto invasivo. L’idea è quella di effettuare, laddove la cimice ha causato gravi danni, tanti lanci inoculativi di piccoli nuclei di vespa samurai, che è l’antagonista per antonomasia della cimice asiatica in Cina, sua terra d’origine, con l’intento di dare una mano alla natura e accelerare i tempi, affinché si arrivi quanto prima a un equilibrio grazie alla riduzione della popolazione delle cimici da parte della vespina. La vespa samurai misura 1 millimetro e mezzo, è una bestiolina minuscola ed è del tutto innocua per l’uomo, gli animali e gli altri insetti utili, come api, coccinelle e farfalle, giusto per fare qualche esempio. Le femmine dopo essersi accoppiate vanno a caccia delle uova delle cimici asiatiche, seguendo l’odore dei loro passi e, una volta trovate, le parassitizzano con una media del 70%, ovvero vi depongono dentro le proprie uova. Sostanzialmente le vespe utilizzano le uova di cimice come substrato dove allevare la propria prole e in questo modo da quelle uova spunteranno nuove vespine. Queste piccolissime bestioline non fanno alcun danno e si nutrono del nettare dei fiori”.

Il piano regionale di contrasto alla cimice asiatica, autorizzato dopo un lunghissimo iter dal Ministero dell’Ambiente (fino ad alcuni mesi fa nel nostro Paese vigeva la direttiva europea Habitat e l’Italia vietava l’importazione di organismi alloctoni anche se potenzialmente utili), è basato su uno studio scientifico di valutazione del rischio durato due anni e sviluppato dal Consiglio per la ricerca in agricoltura (Crea) di Firenze. Il progetto nella nostra regione conta 330 siti indicati – sono 712 in tutto il Nord Italia – da un apposito cartello e, spiega la professoressa Maistrello, “distribuiti lungo i corridoi ecologici, come siepi, aree verdi, boschetti, zone di riequilibrio ecologico situate nei pressi dei campi coltivati… dove la vespina samurai non è disturbata e dove la cimice depone le sue uova.

Ogni punto prevede due lanci, verso la metà di giugno e la metà di luglio, in corrispondenza coi due picchi di ovature della cimice. Ogni volta vengono liberati 100 esemplari adulti femmina e 10 maschi, dopodiché verranno effettuati vari monitoraggi per verificare l’avvenuto insediamento. A Unimore spetterà poi il compito di verificare il processo di parassitizzazione per capire cosa schiuderà dalle uova.

Dietro a questa lotta biologica sperimentale c’è un complesso lavoro amministrativo e normativo, oltre a mesi di studi portati avanti assieme ai consorzi fitosanitari, con il coordinamento del Servizio Fitosanitario Regionale”.

Lara Maistrello, professore associato in Entomologia di Unimore

Liberare un insetto alloctono e al momento privo di limitatori naturali può rivelarsi pericoloso per la biodiversità dell’habitat originario?

“Per contrastare la cimice asiatica – continua Maistrello, che siede al Tavolo tecnico scientifico nazionale dedicato alla vespa samurai – gli agricoltori le hanno tentate tutte. Fino al 2014, giusto per fare un esempio, i disciplinari del pero dell’Emilia Romagna prevedevano un massimo di 5 trattamenti insetticidi per ciclo colturale, mentre nel 2019 il Servizio fitosanitario ne ha concessi ben 10, autorizzando l’uso di tre diverse tipologie di insetticidi ad ampio spettro (piretroidi, neonicotinoidi, fosforganici) nel tentativo di contenere la cimice. I danni provocati sulla biodiversità però sono enormi. Questo insetto invasivo ha rivoluzionato il modo di fare agricoltura: prima del suo arrivo la nostra regione aveva raggiunto eccellenti standard di sostenibilità, ora si è tornati indietro di 20 anni nella gestione della frutticoltura. Trattamenti che peraltro oltre a incidere pesantemente sulle tasche degli agricoltori servono pochissimo nella lotta contro la cimice. La natura ci offre gli strumenti necessari per tornare in una situazione sostenibile per la salute nostra e dell’ambiente. Questa sperimentazione nasce dopo gli studi di un ente scientifico, il CREA, che, dopo varie prove di laboratorio, e basandosi anche su pubblicazioni scientifiche internazionali, ha stabilito come l’immissione della vespa samurai non comprometterà il nostro ecosistema”.

Quali risultati vi aspettate?

“Stiamo utilizzando agenti biologici, quindi naturalmente si tratta di una sperimentazione per la quale serve tempo, ma abbiamo tutti i motivi per credere che sia uno strumento di azione valido. Non abbiamo la sfera di cristallo e occorre aspettare per vedere i risultati concreti, che dovrebbero arrivare nel giro di pochi anni”.

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