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Coronavirus, Viaggio in una New York mai vista

La Grande Mela è la sua casa da otto anni ormai. E’ lì che la carpigiana Martina Guandalini ha scelto di vivere dedicandosi al suo lavoro di architetto, creative director e dj. Una metropoli che, sconvolta dall’emergenza coronavirus, ha completamente cambiato i suoi contorni: “New York, la città che non dorme mai, sembra si stia riposando per la prima volta”, racconta.

La Grande Mela è la sua casa da otto anni ormai. E’ lì che la carpigiana Martina Guandalini ha scelto di vivere dedicandosi al suo lavoro di architetto, creative director e dj. Una metropoli che, sconvolta dall’emergenza coronavirus, ha completamente cambiato i suoi contorni: “New York, la città che non dorme mai, sembra si stia riposando per la prima volta. Io abito a Manhattan, nel Lower East Side, un quartiere storico con case piuttosto piccole. Oggi il mio unico contatto con l’esterno è rappresentato da due finestre e le tipiche scale americane anti incendio che danno su un cortile interno dal quale non mi accorgo di molto. La primavera è arrivata anche qui, per la prima volta sento gli uccellini cantare così come, alla sera, alle 19, ascolto i battiti delle mani dei residenti. Un gesto simbolico che ci tiene uniti e ci fa sentore meno soli”.

New York, epicentro negli Stati Uniti della pandemia, come si sta attrezzando per arginare i contagi?
“Il Governo ha esteso la quarantena fino alla fine del mese di aprile. Ad oggi le misure sono diventate molto più rigide. I parchi sono chiusi e già da molte settimane se non sei un lavoratore fondamentale lavori da casa. Il mio isolamento dura ormai da 25 giorni potenti proseguire la mia attività professionale in smart working. Se vieni sorpreso per strada intento in attività non di stretta necessità, come fare la spesa ad esempio, vieni sanzionato con multa di oltre mille dollari”.

Come giudichi fino a questo momento l’operato dell’amministrazione Trump?
“A esclusione della prima settimana, quando si sono verificati i primi contagi, dove hanno agito con una certa lentezza, sono soddisfatta di come si stanno comportando ma il merito va al governatore Cuomo: è lui l’emblema di questa emergenza colossale che, soprattutto New York, deve fronteggiare. Il motore trainante che sta riuscendo a farsi sentire molto vicino ai propri cittadini grazie a un buon grado di empatia.
Trump ha previsto una serie di aiuti economici che per ora però non abbiamo ancora visto, come lo Stimulus Package: ogni cittadino che paga le tasse sotto a un certo salario annuale, riceverà 1.200 dollari direttamente sul conto corrente in circa 3/6 settimane. La disoccupazione sta funzionando bene, almeno nel caso di mio marito. Lui si occupa di film making e quindi tutti i set fotografici e cinematografici al momento sono chiusi. Tutti i lavoratori del settore hanno dovuto chiedere l’unemployment che però per ora sta funzionando bene. Il problema numero uno restano gli affitti altissimi e non ancora bloccati come invece è stato disposto in altri stati come la California ad esempio”.

Come è cambiato il tuo modo di trascorrere le giornate?
“Io vivo insieme a mio marito e ai nostri due gatti, una è incinta e i cuccioli nasceranno in questa quarantena. Questo periodo per me rappresenta l’occasione di vivere un momento meno frenetico e più casalingo e lo sto amando particolarmente. Sono una persona molto energetica ma anche metodica e quindi la quarantena non mi pesa.
Prima di iniziare l’isolamento, il 14 marzo, appena tornata da un viaggio di lavoro da Chicago, indossavo una pelliccia mentre l’ultima volta che sono uscita, qualche giorno fa, bastava una giacca di pelle. Mi ha sconvolta il fatto di essermi persa un mese di vita. Mi pare di essere in letargo! NY è vuota, le strade sono completamente deserte. L’atmosfera è surreale ma bellissima. Regna il silenzio e puoi camminare in mezzo alla strada. Vivendo a Manhattan mi sono concessa una camminata da casa mia fino a Time Square.
Sono stata molto attenta, non ho parlato con nessuno, indossavo mascherina e guanti e non ho preso nessuno mezzo. Non avrei mai immaginato di camminare da sola in pieno giorno in mezzo a Fifth Avenue e di vedere Time Square completamente spopolata”.

Smart working, spesa a domicilio… sono realtà consolidate o è andato tutto in tilt come in Italia?
“Lo smart working funziona benissimo, il fondatore dello studio per il quale lavoro ha fatto in modo che io e il resto del mio team potesse lavorare da casa senza problemi. La spesa a domicilio non ha subito battute d’arresto e noi che andiamo al supermercato Trader Joe vicino casa, possiamo fare i nostri acquisti in sicurezza dal momento che gli ingressi sono contingentati e tutto si svolge senza troppe paure. Gli americani all’inizio hanno sottovalutato questa emergenza ma d’altronde non sono stati i soli. Tutti noi italiani che viviamo qui abbiamo cercato, anche via social, di sensibilizzare la gente a stare a casa e a non sottovalutare la gravità del momento.Dopo circa dieci giorni hanno capito e devo dire che nelle ultime tre settimane sono davvero fiera della mia città. NY è una città solidale, che fa gruppo. Vive di equilibri propri, sicuramente molto eccentrici ed estremi ma nelle situazioni di crisi e di emergenza sa essere coesa.
Io avevo vissuto la stessa cosa durante l’uragano Sandy: un’esperienza pazzesca, senza luce per una settimana. Il covid-19 però comporterà un cambio radicale”.

La sanità newyorkese sarà in grado di fronteggiare l’ondata di ricoveri?
“Non so darti un quadro realistico, per ora sta succedendo più o meno come in Italia. Alcuni palazzetti e grandi spazi sono stati adibiti a ospedali e a strutture di sostegno per l’emergenza. In una metropoli come New York, le fasce più colpite sono le minoranze, come gli homeless, i senzatetto. Anche qui inizia a esserci il problema dei tanti decessi e quindi dei tanti corpi a cui far fronte ma per ora la situazione pare essere sotto controllo. Proprio oggi, (ndr – martedì 7 aprile) NY ha segnato il giorno con il più alto numero di decessi, 731. Un’altra emergenza è la mancanza di personale. Un amico che studia medicina, proprio ieri, ha iniziato a fare il volontario”.

Quanto è dura vivere in una metropoli in lockdown? Hai paura?
“Credo la vita in una metropoli non sia più dura, a parte il fatto che non abbiamo l’auto e viviamo in case più piccole. Questo sicuramente incide sulla comodità ma abbiamo tutto a portata di quartiere. Quindi senza dover lasciare il proprio blocco, riesci a svolgere tutte le attività necessarie. No, non ho paura, le poche volte che esco per necessità mi sento al sicuro. Solo i primissimi giorni quando nessuno indossava la maschera, solo io, per richiesta della mia famiglia in Italia, la gente mi guardava stranita. Ora c’è un buon senso civico e io mi sento tranquilla. I quartieri più colpiti sono Brooklyn, anche per la presenza della comunità ebraica ortodossa degli Hasidic, estremamente chiusa. Hanno regole fisse, sono chiusi, e per ora nessuno è riuscito a interrompere le loro consuetudini.Ogni giorno riceviamo update via messaggio, grazie alle quali veniamo informati di tutto ciò che si sta facendo in città. Qui tante fabbriche per l’emergenza hanno iniziato a fare mascherine e respiratori, come in Italia. Piccole imprese potranno beneficiare di prestiti che forse non dovranno essere restituiti (tutto si vedrà col tempo ovvio) e sono stati predisposti pasti gratuiti soprattutto per i tanti adolescenti homeless che in questo momento vengono sostenuti ancor di più con la chiusura delle scuole”.

Quanto ti manca in questo momento Carpi e la tua famiglia?
“Mi mancano mia sorella Giulia e i miei genitori ed è strano sapere che i viaggi in questo momento siano limitati. Chi vive all’estero da tanto è però abituato ad avere un certo distacco e a pensare sempre positivo altrimenti sarebbe troppo doloroso. Con la mia famiglia ci sentiamo sempre, fortunatamente stanno tutti bene e lavorando da casa posso anche chiamarli di più.
Ad aprile avrei dovuto partecipate al Salone del mobile per presentare la mia prima collezione di mobili e gustavamo già il momento in cui ci saremmo potuti abbracciare forte. Aspetteremo ancora. Non vedo l’ora di poter salire su un aero verso l’Italia. Presto. Nel frattempo Dezeen, testata di design numero uno al mondo, sta organizzando l’edizione zero di un festival virtuale e sono stata invitata a partecipare.
Quindi vedo il lato positivo e sono felice di poter partecipare a un appuntamento completamente nuovo, il primo nel suo genere al mondo. Come dico sempre dall’inizio della pandemia, le evoluzioni portano sempre novità e opportunità. Noi italiani all’estero siamo fieri del nostro Paese e abbiamo il cuore spaccato in due: è terribile che l’Italia abbia dovuto fare da apripista e dare l’esempio a tante altre nazioni ma nessuno si dimenticherà della nostra straordinarietà anche in questo frangente.
La cosa a cui aspiro di più sono gli abbracci che ci daremo, tra amici e famiglia: avranno un sapore diverso, mai provato prima”.

Jessica Bianchi

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